Il blog di lavoro di Lorenza Boninu.

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giovedì, novembre 27, 2003

Post sdrammatizzante

Stamattina, dopo parafrasi e commento al IV canto  (notate l'eleganza acustica del link) dell' Inferno (quello dove Dante incontra gli spiriti magni e conversa piacevolmente con Omero, Orazio, Ovidio, Lucano e Virgilio), battutaccia lasciata a futura memoria sulla lavagna: Omero, che cosa vuoi di piu' dalla vita? Un Lucano.

Avevo promesso e, come vedete, mantengo la promessa.

Postato da: floria1405 a 14:00 | link | commenti (5)

lunedì, novembre 24, 2003

L'incubo della traduzione ( e perche' batto cosi' tanto sull'antropologia)

Un fatto e' assodato: non sapete i verbi deponenti, e avete le idee confuse su gerundio e gerundivo. Beh, di sicuro senza una conoscenza essenziale della grammatica  e una sufficiente competenza nella comprensione e nell'interpretazione dei testi non andrete molto lontano: che si tratti di latino, di inglese,  e persino della vostra lingua madre, l'italiano. A questo punto sta a voi scegliere. Potete intraprendere la strada (apparentemente) piu' facile, per me come per voi: cercare di cavare le gambe in qualche modo dai compiti, imparare qualche traduzione a memoria per l' interrogazione, scopiazzare le versioni d'esercizio da qualche compagno piu' diligente prima che vengano corrette in classe. Oppure inoltrarvi nel sentiero (sempre apparentemente) piu' arduo. E' un sentiero che passa anche attraverso i noiosissimi verbi deponenti e gli stancanti gerundio e gerundivo, perche' senza una consapevolezza chiara dei fenomeni linguistici essenziali non si va avanti: ma questo sentiero non si ferma qui. Cosa ho scritto nel post precedente? Cercare equivalenze fra lingue diverse implica l'esplorazione di culture diverse,  perche' il linguaggio non e' separabile  dalla cultura.  Conoscere lingue diverse (antiche o moderne, non importa), significa essere in possesso della chiave per esplorare mondi lontani nel tempo e nello spazio, per arricchire il proprio pensiero, per ampliare i propri orizzonti, attraverso gli insostituibili strumenti del confronto e della critica.

Ieri sera mi dilettavo guardando in TV (su All Music per l'esattezza) un programma abbastanza demenziale (IMHO: cosa vuol dire questo acronimo?), durante il quale passavano dei videomessaggi di ragazzi poco piu' grandi di voi che si presentavano con l'intento di trovare qualche amico e, naturalmente, di "cuccare". Il sogno proibito di questi giovani arditi? Per quasi tutti, viaggiare, conoscere gente nuova, vedere posti esotici, magari in compagnia del proprio partner ideale fortunosamente reperito grazie alla grande mamma televisione.

Ecco, anch'io vi propongo una specie di viaggio: un viaggio attraverso i testi e i linguaggi, per tentare di conoscere uomini e donne altrimenti irraggiungibili, per acquisire uno sguardo nuovo sul mondo, il vostro e quello del passato, per comprendere meglio il presente alla luce del confronto con le epoche trascorse. Qualcosa di meglio che un soggiorno in uno dei tanti Club Mediterranèe tutti uguali, che siano a Donoratico o a Sharm-el-Sheikh, mi sembra.

E qui entra in ballo l'antropologia. Vi sarete accorti che spesso uso come testo di riferimento un libro di Maurizio Bettini che si intitola Storia Letteraria e Antropologia Romana. Maurizio Bettini, ora docente all'Universita' di Siena, e' stato mio insegnante a Pisa (qui il suo curriculum vitae). Allora insegnava una cosa a prima vista noiosissima, Grammatica Greco - Latina. E certo, per il suo esame  bisognava tradurre e studiare, anche da un punto di vista biecamente grammaticale, testi latini. Ma e' stato grazie a lui che mi sono avvicinata per la prima volta ad un grande antropologo contemporaneo, Claude Lèvi-Strauss,  e ad un suo testo capitale,  Il pensiero selvaggio. Certo, li' per li' anch'io mi chiedevo che diavolo c'entrassero con Virgilio gli usi e costumi delle tribu' primitive del Borneo. Poi ho capito, sia pure con una certa fatica. Riporto dalla presentazione del libro Il pensiero selvaggio: « Com'e' noto, per Lèvi-Strauss, i "selvaggi" sono assai piu' vicini a noi di quanto si soglia o si voglia credere, e il nostro pensiero, preso in certe sue manifestazioni, e' sempre "selvaggio". Gli esempi tipici, i termini di paragone si potranno cercare nelle societa' ancora ignare della scrittura e delle macchine, ma essi finiranno poi sempre col presentarci sorprendenti somiglianze coi modi di pensare operanti nella poesia e nell'arte dei nostri paesi, oltre che nelle nostre forme di sapienza popolare, arcaiche o recenti ». Ecco, scoprii allora che, se volevo comprendere davvero un testo, soprattutto un testo antico, dovevo sforzarmi di utilizzare non solo un approccio linguistico - letterario (stilistico o filologico) ma dovevo cercare, per quanto possibile, di ricostruire gli orizzonti di senso, il modo di pensare, di interpretare la vita tipici della comunita' nella quale quel testo era stato prodotto. E in questo l'antropologia poteva aiutare tantissimo.  Mi sto sforzando di comunicare la medesima consapevolezza anche a voi. Intanto potete andare a vedere qui e qui come Maurizio Bettini continua, con i suoi collaboratori, il suo lavoro di esplorazione e ricerca all' Universita' di Siena.

Postato da: floria1405 a 18:43 | link | commenti (2)

Poeti e traduttori

Prima della "pausa didattica" dovuta alla vostra autogestione stavamo trattando, attraverso l'esempio del primo autore riconosciuto della letteratura latina, Livio Andronìco (qui troverete il testo dei frammenti che ci restano), il tema delicato della traduzione. E' un tema che presenta molti spunti interessanti, alcuni dei quali vi riguardano direttamente, visto che in classe lavoriamo abitualmente sulle traduzioni: le traduzioni che vi propongo durante le lezioni, ad esempio di passi dei Commentarii di Cesare, oppure le traduzioni con cui  siete obbligati a cimentarvi per permettermi di  verificare la vostra capacita' di comprensione e interpretazione della lingua latina. Ma che cosa significa, esattamente, tradurre e, soprattutto, tradurre un' opera letteraria?

Prima di tutto un po' di etimologia. Interpres e' composto da inter e la radice di pretium, "e indica propriamente la figura del mediatore, colui che si pone in mezzo (inter) fra il venditore e il compratore, e concorre a fissare il valore di scambio (pretium). Similmente, in Grecia l'interprete si chiama hermenèus, termine derivato da Hermes, dio degli scambi, degli incroci e dei confini. Tradurre significa anche, inevitabilmente, interpretare: ancora oggi usiamo il termine "ermeneutica" per indicare l'interpretazione dei testi filosofici. Cercare equivalenze fra lingue diverse implica l'esplorazione di culture diverse, perche' il linguaggio non e' separabile  dalla cultura: il significato di una parola e' pienamente comprensibile solo all'interno di un determinato sistema antropologico" (Bettini, op. cit. vol I pag 106). Dunque l'interprete (il traduttore) e'  prima di tutto un mediatore. Ma cosa succede se ad essere scambiati non sono beni materiali, ma oggetti culturali? Cosa succede se la traduzione (mediazione) non ha solo una finalita' pratica, ma anche e soprattutto una finalita' artistica? Un testo poetico e' un organismo complesso, capace di comunicare un'enorme quantita' di informazioni a vari livelli: fonico, lessicale, sintattico, metrico, tematico.... La poesia puo' arrivare a trasmettere un intero modello del mondo, un modo di concepire la vita e percepire la realta': ed e' quello che succede, appunto, con i poemi omerici che, non a caso, sono stati definiti una vera e propria enciclopedia culturale (su Omero vi invito caldamente a stampare e leggere questa pagina). Tradurre, in questo caso, e' molto piu' difficile, ma di certo piu' creativo. Qualcosa va perduto inevitabilmente per la diversita' delle strutture linguistiche e allora bisogna cercare di compensare, in modo tale che il risultato finale non sia inferiore al modello ma,  casomai, riesca a superarlo: l'imitazione diventa necessariamente emulazione.

Andronico non e' un traduttore ingenuo. Traduce con l'animo del filologo, del professore. Del resto  la Roma cui si rivolgeva non era piu' una piccola potenza locale ma si avviava a diventare egemone nel Mediterraneo: per sopportare questo compito, che la poneva inevitabilmente a contatto con la superiore cultura  greca, doveva dotarsi degli strumenti culturali adatti, ma senza snaturare la piu' antica tradizione romana. Livio Andronico da' inizio a questa delicata operazione di  fusione. Alla domanda, cruciale per ogni traduttore, se sia preferibile avvicinare il piu' possibile l'opera d'arte al nuovo pubblico oppure restare fedeli alle caratteristiche dell'originale, la risposta di Livio e' netta: occorre attualizzare il testo, ovvero romanizzare gli originali greci. «Fu una scelta destinata destinata ad incidere profondamente sulle caratteristiche della traduzione nei poeti latini arcaici, che significativamente sara' detta vertere "voltare", cioe' "trasformare", come si trattasse di una vera e propria metamorfosi. Si noti anche che verto indica anche la metamorfosi di carattere magico: ad esempio versi-pellis e' il lupo mannaro "colui che cambia pelle"» (M. Bettini,  op. cit. vol I pag 108).

Il passo successivo sara' compiuto da Gneo Nevio (qui i frammenti disponibili in rete). Ma per comprendere pienamente la portata di questo passaggio, bisogna prima fare una breve digressione sul significato generale della poesia epica. La poesia epica (qualche infomazione generica potete trovarla qui), sin dalle sue prime manifestazioni, si propone di esprimere e trasmettere l'identita' culturale di un popolo: non si tratta soltanto di belle e suggestive narrazioni in versi, ma del serbatoio degli usi, dei costumi, delle abitudini, delle credenze, delle fedi, dei modelli di comportamento tipici di una data civilta'. L'epica arcaica (in Omero, per esempio, o in Esiodo) non ha dunque una valenza esclusivamente estetica ma anche una precisa finalita' pedagogica. La comunita' si rispecchia nelle narrazioni esemplari dell'epica  e grazie ad esse rappresenta, insegna e trasmette al futuro il proprio sistema di valori. La traduzione “artistica” di Andronico non basta piu’. Occorre creare un epos autenticamente romano che esprima pienamente i valori della comunita’. Ecco che Nevio compone il primo epos di argomento romano e storico (non piu’esclusivamente mitico), il Bellum Poenicum. Alcuni valori  trasmessi dall’epica sono comuni ad ogni popolo, come l’onore guerriero, il coraggio, la gloria, altri invece sono specifici delle singole culture nazionali. Il codice dell’epos neviano e’ profondamente romano: « l’eroe non e’ un essere superiore ai suoi concittadini,  e l’unica foma di eroismo, alla portata di tutti, consiste nell’anteporre sempre l’interesse collettivo a quello personale; il sacrificio e’ sentito come un dovere indiscutibile che non da’ diritto a nessuna ricopensa particolare, ma serve ad evitare la vergogna  (che in un frammento e’ detta significativamente stuprum). L’attenzione e la sottomissione alla volonta’ del fato deve realizzarsi attraverso la scrupolosa  conservazione delle pratiche religiose tradizionali, come gli auspici. […] Il messaggio che Nevio vuol trasmettere al suo popolo e’ che i Romani avevano potuto trionfare nella prima guerra punuca perche’ avevano seguito gli stessi modelli di comportamento (in primo luogo virtus e pietas) che da sempre caratterizzavano il codice culturale romano, e che a suo tempo erano stati applicati dallo stesso Enea. Il mito e la storia di Roma per Nevio si compenetrano in modo inscindibile, sono due facce della stessa realta’: la missione di Roma voluta dal Fato».  (M. Bettini, op.  cit. , vol I, pag. 126).

Postato da: floria1405 a 17:38 | link | commenti

sabato, novembre 22, 2003

Compitino per la prossima settimana.

Andate a questa pagina,  leggete con attenzione e seguite anche gli altri link che contiene. Tratta dell'importanza e del significato dello studio della storia (argomento che, se ci pensate bene, e' affine alla prima domanda che vi ho posto: perche' mai frequentiamo la letteratura?). Sono odiosa, lo so, ma temo che vi tocchera', presto o tardi, scrivere un tema su questi argomenti.

Postato da: floria1405 a 22:03 | link | commenti (2)

venerdì, novembre 21, 2003

Due pensieri di Giacomo Leopardi

L'altra mattina, in classe, dopo un estenuante ragionamento sulla trasformazione del sistema tragico nella letteratura dell' Ottocento romantico (e dopo avervi proposto di ascoltare, uno di questi giorni, "La traviata", ricevendo come risposta da una di voi un atterrito "mamma mia, no!"), ho richiamato la vostra attenzione su questi due pensieri di Leopardi ( se avete tempo, seguite il link: vi condurra' ad un piccolo repertorio di risorse leopardiane sul Net):

Felicita' da me provata nel tempo del comporre, il miglior tempo ch'io abbia passato in mia vita, e nel quale mi contenterei di durare finch'io vivo. Passar le giornate senza accorgermene, pareremi le ore cortissime, e maravigliarmi sovente io medesimo di tanta felicita' di passarle (Zibaldone di pensieri, 30 novembre 1828)

Della lettura di un pezzo di vera, contemporanea poesia, in versi o in prosa (ma piu' efficace impressione e' quella de' versi), si puo', e forse meglio, (anche in questi si' prosaici tempi) dir quello che di un sorriso diceva lo Sterne; che essa aggiunge un filo alla tela brevissima della nostra vita. Essa ci rinfresca, per cosi' dire; e ci accresce la vitalita' [...] (Zibaldone di pensieri, 1° febbraio 1829)

Intanto, visto che mi avete detto di averlo appena citato nelle lezioni di letteratura inglese, eccovi un paio di link su Sterne: qui in inglese e qui in italiano. Sterne e' un autore da leggere e da gustare, indipendentemente dagli obblighi scolastici.

Ma naturalmente non e' di Sterne che volevo parlare. Volevo parlare di Leopardi e del fatto che lui, per un istante, senza che voi ve ne accorgeste e di sicuro nonostante le mie tediose spiegazioni tecniche, si e' materializzato nella nostra aula. Attraverso i due pensieri che sopra ho riportato, direttamente, senza mediazioni critiche o altro, con la sua voce e con le sue parole, Leopardi si e' presentato e ci ha detto: "Eccomi: questo significa per me essere poeta. Questo significa per me la letteratura, e in particolare la poesia." Ed e' straordinario, secondo me, che il poeta del cosiddetto "pessimismo cosmico" (secondo le trite formulette scolastiche), quest'uomo povero, brutto, malato ("pessimista perche' gobbo": questo lo sbrigativo giudizio di alcuni suoi contempranei), parli della poesia come puro e semplice piacere, e paragoni le pagine di vera letteratura ad un sorriso "che aggiunge un filo alla tela brevissima della nostra vita". Avremo tempo e modo di affrontare Leopardi nella sua complessita', utilizzando gli strumenti della critica e dell'analisi. Ma intanto cercate di riflettere su questo: i cosiddetti "classici", quelli che costa tanta fatica leggere e studiare, forse non prevedevano di finire inscatolati fra le pagine delle antologie scolastiche, per il tedio di tante generazioni di adolescenti. Insegnarvi a gestire il gioco difficile delle interpretazioni e' quello che cerchiamo di fare a scuola. Ma poi, al fondo, dovete imparare a rapportarvi direttamente con questi autori, a riconoscere la loro umanita', la loro dimensione autentica, vitale: a scoprire, oltre le note a pie' di pagina e le analisi del testo, che cosa essi possano darvi sul serio, cosa sia mai quel filo sottilissimo eppure prezioso che attraverso la loro lettura si aggiunge alla tela breve della vita.

Concludo riportanto pari pari le parole conclusive dell'introduzione al Leopardi del vostro libro di testo: "Degli studi letterari e della poesia ebbe una concezione sostanzialmente edonistica, vedendo in essi una possibilita' di piacere, di consolazione, o addirittura di gioco (nel senso alto del termine, come divertimento intellettuale)". Secondo voi cosa vuol dire?

Postato da: lboninu a 15:56 | link | commenti (5)