Itinerari in Rete - Umberto Saba
Per un'essenziale cronologia della vita di Saba potete consultare questa pagina (sul sito della rivista on line Italia Libri)
Troverete qui (non particolarmente approfondita) un'introduzione schematica ai temi della poesia di Saba. Un buon commento a questo indirizzo (da LUIGI BALDACCI, da Umberto Saba, in Terzo programma - Quaderni trimestrali, ERI, 1962). Sul romanzo Ernesto è possibile leggere questa recensione di Romano Luperini. In generale accettabile la voce Umberto Saba su Wikipedia. Una pagina ipertestuale che rimanda attraverso i suoi link a varie risorse su Saba presenti sulla Rete è questa (da www.letteratura.it, un portale ricco di risorse anche per altri autori) Interessanti i riferimenti a Saba contenuti in questo articolo di Cristina Bragaglia su Scrittori italiani e cinema. Un' apprezzabile introduzione generale assieme all'analisi di alcune poesie è presente sul sito di Luigi de Bellis. Una breve antologia di testi è reperibile qui.
In particolare, al fine di integrare le letture in classe su questo autore, vale la pena di affrontare i testi che riporto di seguito.
Il torrente Tu così avventuroso nel mio mito, così povero sei fra le tue sponde. Non hai, ch'io veda, margine fiorito. Dove ristagni scopri cose immonde. Pur, se ti guardo, il cor d'ansia mi stringi, o torrentello. Tutto il tuo corso è quello del mio pensiero, che tu risospingi alle origini, a tutto il forte e il bello che in te ammiravo; e se ripenso i grossi fiumi, l'incontro con l'avverso mare, quest'acqua onde tu appena i piedi arrossi nudi a una lavandaia, la più pericolosa e la più gaia, con isole e cascate, ancor m'appare; e il poggio da cui scendi è una montagna. Sulla tua sponda lastricata l'erba cresceva, e cresce nel ricordo sempre; sempre è d'intorno a te sabato sera; sempre ad un bimbo la sua madre austera rammenta che quest'acqua è fuggitiva, che non ritrova più la sua sorgente, né la sua riva; sempre l'ancor bella donna si attrista, e cerca la sua mano il fanciulletto, che ascoltò uno strano confronto tra la vita nostra e quella della corrente.
* * *
Mio padre è stato per me l' "assassino"
Mio padre è stato per me l'"assassino",
fino ai vent'anni che l'ho conosciuto.
Allora ho visto ch'egli era un bambino,
e che il dono ch'io ho da lui l'ho avuto.
Aveva in volto il mio sguardo azzurrino,
5 un sorriso, in miseria, dolce e astuto,
Andò sempre pel mondo pellegrino;
più d'una donna l'ha amato e pasciuto.
Egli era gaio e leggero; mia madre
10 tutti sentiva della vita i pesi.
Di mano ei gli sfuggì come un pallone.
"Non somigliare - ammoniva - a tuo padre".
Ed io più tardi in me stesso lo intesi:
eran due razze in antica tenzone.
Errata
Non sai mai dove sei
Corrige
Non sei mai dove sai (1979)
Appunti sulla poesia di Giorgio Caproni
Capita ai bambini di interrogarsi sul mistero del tempo prima della loro nascita, chi mai i genitori fossero prima del loro arrivo, quando padri e madri erano ancora giovani, incerti, ingenui: un’altra vita, un passato che ci tocca nel profondo, che ci fa essere quello che si è, ma che non possiamo conoscere e inesorabilmente ci sfugge. Da lì comincia il nostro viaggio: e prima di esso altri viaggi e dopo ancora altre strade, altri paesaggi che non conosceremo, avvolti nella nebbia, la nebbia che rende incerte le cose, nasconde certi dettagli, ne rivela altri, enigmatici, ambigui.
Caproni è un viaggiatore delle parole (e non a caso la sua raccolta più nota si intitola Il passaggio di Enea) Armato solo del suo amore, della sua ironia, si aggira nel labirinto: la vita di ognuno, la vita di tutti. Con leggerezza, con disincanto, senza aspettarsi mai molto, senza prendersi troppo sul serio. La semplicità quasi ostentata è il tratto comune dei suoi versi. La poetica di Caproni rifugge dalla bella parola fine a se stessa, dall’artificiosità retorica che si nutre solo della sua insincerità, dall’aristocratico snobismo dei poeti laureati di montaliana memoria. Il poeta insegue la vita, vuole che la sua poesia sia fine e popolare, come già era stata sua madre, la ragazza Annina descritta ne Il seme del piangere, una che fu viva e fu vera. Straordinario canzoniere d’amore, questo dedicato ad Anna Picchi, ispirato a quello che è stato definito una sorta di Stilnovo popolare (Ferroni). Per eseguire questo compito, non c’è bisogno di parole ardue e difficili o di musiche arcane: bastano rime chiare, usuali, in –are […] rime che non siano labili, anche se orecchiabili, rime non crepuscolari, ma verdi, elementari.(Per lei).
Una poesia che racconta, dunque, e che non vuole consegnarsi al pubblico come un astratto congegno letterario. Anche nelle prove più tarde, quando i versi si rarefanno sulla pagina e si trasformano in ambigui aforismi, in frammentarie sentenze, in epigrafi di indecifrabili verità, Caproni non rinuncia a questa prioritaria adesione alla vita, adesione che, per essere davvero condivisa, deve passare attraverso la tradizione letteraria (o quello che ne resta). Qualcuno ha scritto, a proposito di Caproni, che “l’identità della poesia è infatti oggi quella delle rovine”.
Ma non solo la poesia abita, oggi, un paesaggio desolato. Ci hanno abbandonato i valori e le certezze d’un tempo. La nostra memoria è labile. La semplice conversazione con gli altri è diventata difficile. Forse impossibile. Non siamo sicuri di noi stessi: andiamo a caccia della nostra verità ma l’oscurità ci circonda e, alla fine non sappiamo più se siamo cacciatori o prede. E Dio? Un semplice dato:/ Dio non s’è nascosto./Dio s’è suicidato.
Il nichilismo, il grande tema della “morte di Dio” che abita gran parte della cultura del Novecento, ritorna prepotentemente nelle prove ultime di Caproni, antico lettore di Schopenhauer e Kierkegaard: ma ritorna senza magniloquenza, sfuggendo i toni melodrammatici nei quali è facile che possa scadere. Ritorna con una sorta di ironica perplessità, vestito di quella leggerezza che sembra essere la cifra qualificante dello stile di Caproni. Ha scritto giustamente Calvino: “il segreto che Caproni ci comunica non è l’esperienza del nulla, che è comune a tanta parte della poesia moderna; egli ci dimostra che ciò a cui il nulla si contrappone non è il tutto: è il poco”.
Il pessimismo di Caproni non lascia l’amaro in bocca, non è eloquente, apocalittico, tragico. Si lega alle piccole cose, ai dubbi che talvolta ci sfiorano e scacciamo infastiditi, alle ombre della normalità, a situazioni quotidiane che nella descrizione (sempre ellittica, sempre appena accennata) del poeta si caricano di ironiche allegorie. L’assenza di Dio regala un’insondabile nostalgia. Ma con Dio sembrano scomparsi anche gli uomini. Il grande vuoto che Dio si è lasciato alle spalle sembra inghiottire tutto il resto: il senso delle nostre conversazioni, l’illusione, per ciascuno, di esistere con la propria volontà, la presunzione delle nostre scelte, la pretesa di essere unici, veri, sinceri. Scomparso Dio, nemmeno l’uomo è così sicuro di non essere nient’altro che una casuale increspatura sulla superficie del gran mare del nulla, un’onda che svanisce subito, un fiato di vento che si leva, ha un fremito e immediatamente tace. O una musica.
Non a caso la poesia di Caproni vive entro una complessa trama di riferimenti musicali, di armonie e contrappunti: partiture musicali che mal sopportano la riduzione antologica, composte di testi che si richiamano l’uno con l’altro, anche a distanza, venendo a comporre veri e propri libretti d’opera (si vedano per esempio le raccolte Il franco cacciatore del 1982 o Il Conte di Kevenhüller del 1986): una musica che accompagna come una misteriosa colonna sonora l’ansiosa ricerca del poeta (ricerca che poi appartiene a tutti noi): a caccia di Dio, finisce per trovare (o non trovare) se stesso … e forse la caccia è inutile o, peggio, impossibile, ma il poeta sembra dirci che ad essa non possiamo sottrarci anche se ci condurrà soltanto ai margini del nulla.
Poesia filosofica, certo: ma una filosofia umile che non si nasconde dietro formule roboanti o improbabili metafische, che non vuole allontanarsi dalla nostra piccola piccola quotidianità e proprio per questo appare tanto più penetrante. Racconta con semplicità dell’inatteso che si affaccia nelle nostre abitudini a mostrarci il paradosso della nostra esistenza che si risolve in una serie di interrogativi destinati rimanere senza risposta, fosse pure una risposta provvisoria.
Conviene concludere ascoltando le parole che lo stesso Caproni in un’ intervista del 1965 a Ferdinando Camon volle dedicare alla sua poesia:
L’unica “linea di svolgimento” che vedo nei miei versi è la stessa “linea della vita”: il gusto sempre crescente, negli anni, per la chiarezza e l’incisività, per la “franchezza”, e il sempre crescente orrore per i giochi puramente sintattici e concettuali, per la retorica che si maschera sotto tante specie, come il diavolo, e per l’astrazione dalla concreta realtà. Una poesia dove non si nota nemmeno un bicchiere o una stringa, m’ha sempre messo in sospetto. Non mi è mai piaciuta: non l’ho mai usata nemmeno come lettore. Non perché il bicchiere o la stringa siano importanti in sé, più del cocchio o di altri dorati oggetti: ma appunto perché sono oggetti quotidiani e nostri.
Lo scandalo del contraddirmi …
Appunti su Pier Paolo Pasolini
(questo testo ha avuto la funzione di cornice e commento ad una lettura di poesie di P.P. Pasolini tenuta in data odierna da Fabio Carraresi ed indirizzata ai ragazzi del mio Liceo. le letture proseguiranno il 22 marzo prossimo con versi di Giorgio Caproni.
L'elemento ispiratore del progetto che abbiamo organizzato è una considerazione semplice ma, nella sua apparente banalità, spesso dimenticata, in particolare dalla comune prassi scolastica: la poesia è, prima di tutto, voce, suggestione musicale, parola che si fa ritmo e ritmo che si trasforma, a sua volta, in senso. Oltre le considerazioni critiche e le analisi del testo che trovano comunemente spazio nelle aule, occorre recuperare anche quest’aspetto, per ricostruire nella sua interezza davanti allo sguardo di quei particolari fruitori che sono gli studenti la dimensione originaria della dizione poetica).
Certo, queste brevi considerazioni non possono avere la pretesa di esaurire la complessità di un autore ancora così controverso, ambiguamente affascinante, a volte acriticamente esaltato come una sorta di “profeta”, le cui provocazioni avrebbero per tempo adombrato la inevitabile e tragica deriva consumistica della nostra civiltà borghese, a volte addirittura denigrato per l’eccesso del suo populismo, per la demagogia esplicita della sua predicazione, per l’ostentato vittimismo delle sue varie (e spiazzanti) prese di posizione pubbliche.
Quale bussola per navigare in Internet?
Quando ho aperto il mio blog di lavoro, "Fuori di classe", l’entusiasmo per le potenzialità offerte dal blog naturalmente ha ostacolato una più approfondita considerazione teorica delle implicazioni connesse all’utilizzo didattico di questo strumento comunicativo. Insomma non sono stata a chiedermi più di tanto che cosa effettivamente volessi fare con il blog, quale scopo mi proponessi, come intendevo collegare questa esperienza "virtuale" alla normale prassi scolastica, fatta di lezioni, compiti, interrogazioni, griglie di valutazione più o meno "oggettive" ecc. ecc.