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Umanesimo tecnologico: professoresse geek
Ho molti dubbi su me stessa ma di una cosa sono sicura: sono una professoressa fin nel midollo, sono una professoressa di materie almeno in apparenza assai poco trendy (italiano e latino, figurarsi: e la mia ambizione più grande sarebbe quella di finire la carriera insegnando greco antico), sono una professoressa che quotidianamente legge libri, legge giornali e, guarda guarda, bazzica Internet e si diletta di nuove tecnologie.
Sono una mosca bianca? Ma no. Nella scuola italiana, fra mille difficoltà e contraddizioni di vario tipo, è in atto da anni una silenziosa rivoluzione. Non si tratta solo (e per fortuna!) dell'istituzione di corsi e corsettini per il conseguimento della famosa (famigerata?) patente ECDL. Si tratta di pratiche del tutto diverse che prevedono un uso ben più capillare e significativo della multimedialità e del linguaggio ipertestuale nella didattica. Maestri e professori hanno imparato, hanno "smanettato", hanno frequentato corsi, hanno letto libri, saggi e manuali, hanno partecipato a forum e conferenze, hanno spulciato la Rete, hanno condiviso con i loro alunni competenze e capacità tecniche o tecnologiche, hanno faticosamente provato a coniugare tradizione e innovazione: tentativi a volte confusi, a volte improduttivi, a volte felicemente coronati da successo, il successo che più conta per un docente, ovvero la motivazione e il coinvolgimento della classe.
Resistenze? Ostacoli? Innumerevoli. So bene che molti colleghi si fanno un vanto di non capire niente di computer e affini. So altrettanto bene che il luogo comune "anti - tecnologico" e la conseguente diffidenza verso determinati strumenti sono duri a morire. D'altra parte sono anche consapevole, per diretta esperienza, che gli eccessivi entusiasmi sono negativi allo stesso modo, forse in misura maggiore. Tutto ciò che passa attraverso la Rete e la tecnologia è automaticamente buono? Ma certo che no. Le chiacchiere sono chiacchiere: pubblicate su carta o su Internet non cambiano la loro intrinseca natura di chiacchiera (ne ho parlato più diffusamente qui).
Resta un fatto: indietro non si torna. Il mezzo è il messaggio e bla bla bla. I miei alunni lo sanno: da un paio di settimane li sto tartassando durante le lezioni di latino (lezioni di struttura molto tradizionale, ex cathedra per intenderci) con riferimenti al rapporto fra oralità e scrittura, accenni alla rivoluzione tecnologica in corso ed episodiche visite nei territori impervi dell'antropologia culturale ed affini. E poi c'e' questo blog, e poi ce ne sarà un altro dove scriveranno loro, e i commenti, gli esperimenti di scrittura, gli ipertesti e ancora, e ancora, e ancora ...
Mia figlia, iscritta all'Università di Pisa al primo anno del Corso di Laurea in Cinema, Musica e Teatro, ieri mi ha chiesto, con aria maliziosa: "Ma tu lo sai chi è McLuhan?" Diavolo, certo che lo so. So anche chi è Pierre Lévy. So pure chi sono, tanto per dire, Giuseppe Granieri e Vittorio Zambardino. So che cos'è un blog, so che cosa sono i feed rss, e persino che cosa sia un aggregatore. Sono al corrente che esistono Technorati e il Web 2.0. So anche cos' è secondo Pekka Himanen L'etica Hacker e lo spirito dell'età dell' informazione. Sono anche al corrente che sempre a Pisa (ma non solo lì) esiste un bel corso di laurea interfacoltà di Informatica Umanistica: non un po' di informatica appiccicata alle materie umanistiche come un bel travestimento ma un'integrazione organica di discipline. Alla faccia delle "Due Culture". Tutto questo sapere, comunque, non mi impedisce di provare gran diletto anche nella Tragedia Attica. Ma questo è un altro discorso.
Ora, quando leggo interventi come questo di Zambardino, ripreso dalla Lipperini, devo ammettere di sentirmi un po' irritata. Nel merito posso pure essere d'accordo (veramente avrei qualche riserva: ma forse è una questione di carattere, assai poco incline agli entusiasmi incontrollati) . Ma perché tirare in ballo sempre le professoresse (e gli umanisti in genere) come icone dell'incapacità genetica di capire la portata delle trasformazioni in atto? Se un'appartenente alla categoria ha detto una sciocchezza (ma era davvero una sciocchezza in toto ?), dobbiamo automaticamente utilizzare le sue parole come conferme ai nostri pregiudizi (e, magari, alla nostra mancanza di informazione specifica)? Perché far passare implicitamente l'idea di una scuola comunque polverosa, accademica, ingessata nei luoghi comuni e nel moralismo culturale, inconsapevole dei mutamenti in atto e custode arcigna e occhiuta di un insegnamento totalmente svincolato dal presente? Perché non dar conto, se capita, di quello che tanti si sforzano di fare? Perché ragionare sempre per stereotipi?
Ci sono persone che, zitte zitte, la rivoluzione la fanno in trincea. Teniamone conto, di tanto in tanto, invece di indulgere in generalizzazioni (quelle sì) desolatamente abusate.
