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venerdì, ottobre 20, 2006

Umanesimo tecnologico: professoresse geek

Ho molti dubbi su me stessa ma di una cosa sono sicura: sono una professoressa fin nel midollo, sono una professoressa di materie almeno in apparenza assai poco trendy (italiano e latino, figurarsi: e la mia ambizione più grande sarebbe quella di finire la carriera insegnando greco antico), sono una professoressa che quotidianamente legge libri, legge giornali e, guarda guarda, bazzica Internet e si diletta di nuove tecnologie.

Sono una mosca bianca? Ma no. Nella scuola italiana, fra mille difficoltà e contraddizioni di vario tipo, è in atto da anni una silenziosa rivoluzione. Non si tratta solo (e per fortuna!) dell'istituzione di corsi e corsettini per il conseguimento della famosa (famigerata?) patente ECDL. Si tratta di pratiche del tutto diverse che prevedono un uso ben più capillare e significativo della multimedialità e del linguaggio ipertestuale nella didattica. Maestri e professori hanno imparato, hanno "smanettato", hanno frequentato corsi, hanno letto libri, saggi e manuali, hanno partecipato a forum e conferenze, hanno spulciato la Rete, hanno condiviso con i loro alunni competenze e capacità tecniche o tecnologiche, hanno faticosamente provato a coniugare tradizione e innovazione: tentativi a volte confusi, a volte improduttivi, a volte felicemente coronati da successo, il successo che più conta per un docente, ovvero la motivazione e il coinvolgimento della classe.

Resistenze? Ostacoli? Innumerevoli. So bene che molti colleghi si fanno un vanto di non capire niente di computer e affini. So altrettanto bene che il luogo comune "anti - tecnologico" e la conseguente diffidenza verso determinati strumenti sono duri a morire. D'altra parte sono anche consapevole, per diretta esperienza, che gli eccessivi entusiasmi sono  negativi allo stesso modo, forse in misura maggiore. Tutto ciò che passa attraverso la Rete e la tecnologia è automaticamente buono? Ma certo che no. Le chiacchiere sono chiacchiere: pubblicate su carta o su Internet non cambiano la loro intrinseca natura di chiacchiera (ne ho parlato più diffusamente qui).

Resta un fatto: indietro non si torna.  Il mezzo è il messaggio e bla bla bla. I miei alunni lo sanno: da un paio di settimane li sto tartassando durante le lezioni di latino (lezioni di struttura molto tradizionale, ex cathedra per intenderci) con riferimenti al rapporto fra oralità e scrittura, accenni alla rivoluzione tecnologica in corso ed episodiche visite nei territori impervi dell'antropologia culturale ed affini. E poi c'e' questo blog, e poi ce ne sarà un altro dove scriveranno loro, e i commenti, gli esperimenti di scrittura, gli ipertesti e ancora, e ancora, e ancora ...

Mia figlia, iscritta all'Università di Pisa al primo anno del Corso di Laurea in Cinema, Musica e Teatro, ieri mi ha chiesto, con aria maliziosa: "Ma tu lo sai chi è McLuhan?" Diavolo, certo che lo so. So anche chi è Pierre Lévy. So pure chi sono, tanto per dire, Giuseppe Granieri e Vittorio Zambardino. So che cos'è un blog, so che cosa sono i feed rss, e persino che cosa sia un aggregatore. Sono al corrente che esistono Technorati e  il Web 2.0. So anche cos' è secondo Pekka Himanen L'etica Hacker e lo spirito dell'età dell' informazione. Sono anche al corrente che sempre a Pisa (ma non solo lì) esiste un bel corso di laurea interfacoltà di Informatica Umanistica: non un po' di informatica appiccicata alle materie umanistiche come un bel travestimento ma un'integrazione organica di discipline. Alla faccia delle "Due Culture". Tutto questo sapere, comunque, non mi impedisce di provare gran diletto anche nella Tragedia Attica. Ma questo è un altro discorso.

Ora, quando leggo interventi come questo di Zambardino, ripreso dalla Lipperini, devo ammettere di sentirmi un po' irritata. Nel merito posso pure essere d'accordo (veramente avrei qualche riserva: ma forse è una questione di carattere, assai poco incline agli entusiasmi incontrollati) . Ma perché tirare in ballo sempre le professoresse (e gli umanisti in genere) come icone dell'incapacità genetica di capire la portata delle trasformazioni in atto? Se un'appartenente alla categoria ha detto una sciocchezza (ma era davvero una sciocchezza in toto ?), dobbiamo automaticamente utilizzare le sue parole come conferme ai nostri pregiudizi (e, magari, alla nostra mancanza di informazione specifica)?  Perché far passare implicitamente l'idea di una scuola comunque polverosa, accademica, ingessata nei luoghi comuni e nel moralismo culturale, inconsapevole dei mutamenti in atto e  custode arcigna e occhiuta di un insegnamento totalmente svincolato dal presente? Perché non dar conto, se capita, di quello che tanti si sforzano di fare? Perché ragionare sempre per stereotipi?

Ci sono persone che, zitte zitte, la rivoluzione la fanno in trincea. Teniamone conto, di tanto in tanto, invece di indulgere in generalizzazioni (quelle sì) desolatamente abusate.

Postato da: lboninu a 17:05 | link | commenti (4)
generale, informazione, tecnologia didattica


Commenti
#1   21 Ottobre 2006 - 10:27
 
Secondo me nella tua lettura di zetavu c'è stato un malinteso. Il linguaggio purtroppo è il regno della polisemia e le parole che (ancora) usiamo per descrivere questi fenomeni sono spesso da definire. Ad esempio io sono sobbalzato quando ho letto il paragrafo sulla "cultura tecnologica". Ma conosco Vittorio e ho capito a) il suo punto di vista b) cosa voleva dire.

Sarebbe interessante lavorare tutti insieme sulla definizione delle parole, prof :)
utente anonimo

#2   21 Ottobre 2006 - 14:00
 
Sono d'accordo con te, ma il malinteso, da parte mia, è stato in certo modo alimentato volutamente. Credo anch'io che Zambardino non volesse dire ciò che io in qualche modo gli attribuisco, ma il punto è che (forse inconsapevolmente) lo lasciava intendere.Tu dici: "conosco Vittorio e capisco quello che voleva dire". Io non lo conosco e quindi, in qualche modo, sono autorizzata a fraintenderlo, almeno finché il suo discorso presta il fianco ai frantendimenti. Bisogna lavorare sulle parole: giusto, anche perché, che se ne sia consapevoli o meno, le parole non sono neutre, ma si trascinano dietro interpretazioni pregiudiziali e luoghi comuni di vario tipo.
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente lboninu

#3   21 Ottobre 2006 - 14:43
 
PIACERE DI RILEGGERTI...io concordo con te anche io sono una techno prof ;-)
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente catepol

#4   30 Maggio 2007 - 07:26
 
E fai bene, secondo me, a sentirti irritata. Non solo per il j'accuse alle professoresse di lettere. Chi, come zambardino, parla dell'ineluttabile nuovo non ti dice mai in che cosa è nuova la novità. Atteggiamento snob e al tempo stesso facilone. Se gli insegnanti non possono essere formati alla didattica con le nuove tecnologie è perchè ancora non abbiamo poco di serio da dire in proposito. E l'ecdl come Mcluhan con la sua mente tecnologica non fanno parte di questo piccolo bagaglio che siamo in grado di fornire.
Possiamo solo creare una condizione sperimentale nella quale chi insegna deve destreggiarsi.
A Zambardino bisognerebbe rispondere di imparare ad accogliere gli scettici e gli entusiasti con uguale diffidenza. Proprio perchè è indispensabile capire la sintassi del cambiamento.
Magari ricordando che la cultura è "tecnologizzata" dall'invenzione dell'alfabeto.

PS: Raccomanda a tua figlia di saltare a piedi pari i corsi che mettono in bibliografia McLuhan ;)
utente anonimo

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